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Internet: provincia latino-americana

Roberto Hernández Montoya

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In italiano:
Habeas spiritum
I segni quieti
La comunione degli angeli

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Roberto con la figlia Hannah nei giardini del
Centro d’Arte La Estancia
, Caracas, Venezuela.
Non è un caso che il primo ipertesto sia latino-americano: il romanzo Rayuela di Julio Cortázar. Esso presenta due itinerari di lettura, con i rispettivi sistemi di connessioni interne. Qualcosa di simile succede in Último round, dello stesso autore. Era il miglior ipertesto che si poteva fare su carta. Chissà cosa avrebbe fatto Cortázar con un programma per la creazione d’ipertesti come HyperCard o Netscape?

L’America Latina è la regione più universale. Invece di chiedersi quali culture vi si annidano, sarebbe più facile dire quali non hanno trovato in questo luogo il loro più vasto territorio di mutua fertilizzazione. Nella sua musica meticcia tutte le radici si amano nella più cosmopolita delle copule da quando l’uomo è apparso nelle praterie del Kenya. Quando un latino-americano vuole addentrarsi in quasi qualunque cultura deve solo guardare dentro se stesso. “Homo sum; nihil humani a me alienum puto”, diceva Terenzio: “Sono un uomo; nulla di umano reputo a me estraneo”. Potrebbe essere la nostra divisa. Anche se non siamo né spagnoli né africani né indios, ma piuttosto “un piccolo genere umano”, diceva Simón Bolívar. Siamo più che la somma delle nostre parti. L’Europa e gli Stati Uniti sono provinciali, come ha osservato Gabriel García Márquez. I nordamericani viaggiano nei posti più negletti del pianeta alla ricerca di un McDonald’s. Uno parla con un francese colto e al di fuori di due o tre nomi universali: Cervantes, Dante, Shakespeare, parla solo di scrittori e di pensatori francesi. Parli invece con un latino-americano colto e troverai un crocevia ecumenico. Pensa allo stesso Cortázar, a Jorge Luis Borges, ad Alfonso Reyes, ad Alejo Carpentier, a José Lezama Lima. Nulla di umano è loro estraneo. Sono intellettuali universali. Come era un politico universale Francisco de Miranda. Di questo parlo in Latin America: An Impractical Handbook.

Perro
The New Yorker, 5/7/93
Possiamo quindi ipotizzare che forse Internet è una provincia latino-americana perché le connessioni che permette assaltano tutte le frontiere e ti collocano da tutte le parti e in nessuna. Normalmente non sappiamo se la persona con cui scambiamo posta elettronica è bionda, giovane, grassa, afgana. A volte non ne sappiamo neppure il sesso. Ci sono sicuramente gruppi razzisti in Internet, ma mi chiedo come possano impedire che un ebreo burlone o un negro spaccone si intrufolino nei loro messaggi.

Ci sono limitazioni, generalmente di carattere economico. Secondo le Nazioni Unite la metà dell’umanità non ha mai scambiato una chiamata telefonica. Secondo la stessa fonte nella sola Italia ci sono più telefoni che in tutta l’America Latina. Ciò nonostante il costo relativamente basso di Internet permetterà sicuramente all’America Latina di entrarvi con tutta la sua forza per riappropriarsi del suo carattere di “razza cosmica”, di spazio per tutti, per dare all’umanità lezioni di umanità, ma solo a condizione che l’America Latina scopra e accetti questa universalità, superando i suoi attuali blocchi, che derivano proprio dal non aver saputo percepire la sua specificità che, paradossalmente, è l’universalità. Abbiamo perso il treno della Rivoluzione Industriale. Ma questa volta potremmo guidare quello della prossima avventura umana. L’Europa ha insegnato all’umanità ad essere come l’Europa; l’America Latina può insegnare a tutta l’umanità ad essere come tutta l’umanità.


Tradotto da Eva Cardetti eva-cardetti@libero.it

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