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 Caracas, Viernes, 10 de febrero de 2012
 

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I segni quieti

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Habeas spiritum

Internet: provincia latino-americana
La comunione degli angeli

roberto_y_hannah
Roberto con la figlia Hannah nei giardini del
Centro d’Arte La Estancia
, Caracas, Venezuela.
La lettura non è un’attività ovvia. Per milioni di anni l’umanità è vissuta senza ciò che oggi conosciamo come scrittura. Conosceva il ritmo poetico, la metrica, che in qualche modo aiuta a inscrivere nella mente ciò che diciamo, perché facilita il ricordo. Neppure la registrazione permanente, fuori dal corpo, fuori dalla mente, fu una faccenda ovvia e non nacque da una sola iniziativa. Fu una deriva che durò millenni, finché si arrivò agli alfabeti mediterranei, asiatici e ai mezzi di registrazione precolombiani.

La scrittura, quella voce senza bocca, s’installa nel commerciale, ma anche nel sacro e nel legale, che molte volte sono la stessa cosa. La prima cosa che si scrive è ciò che si deve ricordare: gli affari, la liturgia, la legge, il mito, le profondità. Siccome business are business e siccome gli affari sono impersonali, si ricorreva all’istanza esterna dei segni inerti per far fede del carattere oggettivo dell’affare. Si tenevano i conti e forse si stipulavano i primi contratti. La scrittura serviva per prendere in parola l’altro: “Qui dice che tu hai detto”. Scrivere serviva, inoltre, per invocare le entità superiori; Dio si rivolgeva a noi per iscritto. Mosè certificava su tavole la parola scritta di Dio, che era eterna, permanente, precisa, inamovibile, come la scrittura; come nei miti, lo scritto era la prova che la parola divina era eterna e reciprocamente questa era la prova che quello che si scriveva sarebbe durato fino alla fine dei tempi, con la perpetuità della pietra o del bronzo. Così potenti erano le parole sacre che potevano forare la pietra e il bronzo imprimendosi lì per sempre. Senza l’alfabeto non ci sarebbero state le Tavole della Legge. E, infine, conseguenza del primo contratto, la scrittura serviva per certificare le norme comuni che reggevano la vita sociale: questo lo dice la parola scritta, quindi non è possibile rifiutarla, quia verba volant, scripta manent (“poiché le parole volano, le cose scritte restano”).

La scrittura era certezza, veridicità, da ciò il prestigio dello scritto, che era permanente, eterno, trascendeva la morte, l’individuo e attraversava e intesseva i tempi. Erodoto non sarebbe stato possibile senza scrittura, la storia cessò di essere fiaba, pettegolezzo, leggenda, mito, terrore degli arcani, per divenire cronaca laica, resoconto indipendente. Perché la parola ha una doppia potenza: da un lato sacralizza, fissa la parola di Dio, dall’altro laicizza e quindi la storia smise di essere epica e cominciò ad essere la rassegna senza solennità della cronaca fino a diventare giornalismo, quotidiano e cordiale.

E fu possibile anche la scienza, il sapere che si metteva per iscritto affinché perdurasse. Come un gioiello infilato nella linea della scrittura, che era sapienza trascendente nello spazio e nel tempo. La scienza si scrive; la superstizione si racconta. Chiunque può comprare un trattato di biologia molecolare, nessuno un manuale di superstizioni, perché la superstizione non osa dire il suo nome. Glielo danno quelli che non ci credono. Le superstizioni si sentono, di bocca in orecchio, senza protesi segniche. Non hanno il privilegio né il prestigio del segno millenario che c’informa della rotondità della Terra o della struttura chimica delle gonadotropine.

Le prime parole scritte, inscritte, sulla pietra, sul bronzo, sulla pergamena, sul papiro e sulla carta dovevano essere magiche. Scrivere era come tornare ad imparare a parlare, quando il bambino scopre un giorno la magia di dire “acqua” e gli altri capiscono che ha sete e gli danno, in effetti, dell’acqua. Quando qualcuno scriveva qualcosa, gli imprimeva l’aspetto di una proclamazione, di un’istanza superiore, imparziale, esterna, trascendente, non umana insomma, era un altro che parlava. Scrivere era inscrivere. Mancava ancora molto prima che imparassimo che “la carta sopporta qualsiasi cosa”, e che scoprissimo che chiunque può dire messa o che l’abito non fa il monaco, che fu una scoperta precedente.

Maometto rispettava gli ebrei e i cristiani perché avevano un libro ciascuno. Li chiamava “gli uomini del Libro”, che in larga misura era lo stesso. Li rispettava perché lui stesso ne aveva uno, il Corano, che Allah in persona aveva rivelato a lui, suo profeta. Se non avesse avuto la scrittura l’avrebbe dovuta inventare o, in altre parole: Maometto fu possibile perché c’era la scrittura. Altrimenti la parola di Allah si sarebbe arenata nelle orecchie dei ben pochi proseliti che si fossero trovati alla portata della voce di Maometto. Con il libro, invece, la parola di Allah circolava per il mondo conosciuto: gli dei parlavano con la tecnologia più avanzata. Adesso parlano attraverso Internet, dove brulicano tutte le sette. Cristo si dice abbia solo scritto delle parole enigmatiche sulla sabbia della spiaggia, che presto si cancellarono, ma ebbe degli apostoli che furono prodighi nel maneggiare i segni quieti. Ebbe la stessa fortuna di Socrate, i cui discepoli scrissero i suoi detti, reali o convenuti, affinché trascendessero lo spazio e il tempo fino a Internet, dove parla Platone e parleranno tutti quelli che scrissero e scrivono.

La scrittura, dunque, ci ha dato il commercio di alto mare, la religione, la legge e la scienza. Era una cosa talmente seria che Platone se ne scandalizzava, in primo luogo perché i suoi segni erano troppo quieti e in secondo luogo, paradossalmente, perché erano mobili e potevano far scivolare le idee che invocavano verso persone che non godevano dei privilegi ben guadagnati del sapere, come fece sapere a Fedro:

    Perché vedi, o Fedro, la scrittura è in una strana condizione, simile veramente a quella della pittura. I prodotti cioè della pittura ci stanno davanti come se vivessero; ma se li interroghi, tengono un maestoso silenzio. Nello stesso modo si comportano le parole scritte: crederesti che potessero parlare quasi che avessero in mente qualcosa; ma se tu, volendo imparare, chiedi loro qualcosa di ciò che dicono esse ti manifestano una cosa sola e sempre la stessa. E una volta che sia messo in iscritto, ogni discorso arriva alle mani di tutti, tanto di chi l’intende tanto di chi non ci ha nulla a che fare; né sa a chi gli convenga parlare e a chi no. Prevaricato ed offeso oltre ragione esso ha sempre bisogno che il padre gli venga in aiuto, perché esso da solo non può difendersi né aiutarsi.

    [Nel testo spagnolo la citazione è stata tratta da: Platón, Fedro, § 275d, Obras completas, Caracas: Universidad Central de Venezuela-Presidencia de la República, 1981; traduzione di Juan David García Bacca. Si è qui utilizzata la traduzione di Piero Pucci in Platone, Fedro, § 275d, Opere Vol. I, Bari: Laterza, 1967.]

La parola ha bisogno, quindi, di contesti istituzionali che la difendano e la interpretino: l’accademia platonica, il liceo aristotelico, le chiese, i sinedri, i partiti politici, le sette, l’università, i tribunali, i registri mercantili, gli studi notarili, le biblioteche, che si facciano carico dei segni immobili. La scrittura si trova, quindi, nella poltrona del potere. Chi ha gli scritti in suo potere assoggetta le parole chiave che reggono e intessono la sua ricchezza, la sua fede, il suo sapere, la sua legittimità. C’erano, ci sono, quelli che immagazzinano gli scritti nella loro mente scolastica e dunque imparano a memoria i testi trascendentali, i segni esanimi. Questo conferisce loro potere, poiché dalla loro bocca circolano le parole più potenti. Sono le “parole divine”, preferibilmente dette in latino, che è lingua esanime che si può conoscere solo per iscritto, con la quale nessuno chiacchiera più agli angoli delle strade, nei circoli e nei crocchi di comari. Ma se non sono latino, devono essere “parole pipistrelle”, come le chiamava Quevedo, cioè, parole prese dai libri, e allora si parla di implementare i piani contingenti, che la contrazione del mercato è dovuta a una inelasticità dell’offerta, che i programmi residenti sono in conflitto nella memoria RAM alta, o che, a meno che sia ab intestatum, nessuno può essere diseredato del tutto, poiché ha ancora diritto alla legittima. Sono parole generalmente incomprensibili per chi non ha letto i libri adeguati, sono del potere e ciascuno ha il suo potere a seconda del suo accesso ai libri o alle persone che ad essi hanno avuto accesso. Si racconta che il dittatore venezuelano generale Juan Vicente Gómez fosse un uomo di poche letture e scritture, ma che sapesse molto bene a chi ricorrere affinché gli facesse quelle che lui chiamava “escribantinas”, cioè, José Gil Fortoul, Manuel Díaz Rodríguez, Pedro Manuel Arcaya, César Zumeta, Teresa de la Parra, José Antonio Ramos Sucre… Erano quelli che sapevano quali scritti bisognava contrapporre a quelli di José Rafael Pocaterra e Pío Gil, anche loro uomini di libri. Per questo bisognava metterli sotto la custodia del potere: alcuni nel Palazzo, altri nella tenebrosa prigione della Rotunda, altri in esilio, tutti sotto controllo. Ché fargli usare le loro parole liberamente per le strade significava giocarsi il potere e con quello non si gioca.

In seguito la scrittura, che si faceva con lettere, con literæ, diventò, per l’appunto, letteratura e ancora studiamo “lettere” in alcune università, vale a dire il dominio della parola scritta con fini estetici. Prima fu mera trascrizione delle vecchie locuzioni primordiali, Per Abat trascrive il Poema del Mio Cid e così si fissano sulla carta le romanze e le fiabe. Lo stesso fece pure qualche copista con l’Iliade e l’Odissea. Poi fu compito dello stesso scrittore, ormai non più scriba o scriptor, ma auctor, auctoritas, che si sedeva davanti al suo scrittoio e componeva le proprie parole per narrarci racconti o dettare a se stesso i poemi di sua ispirazione.

Adesso, infine, la lettura è anche immanenza, frivolezza: Gaceta Hípica, stampa pettegola o sportiva, cruciverba, barzelletta di cattivo gusto, fumetti di Superman (che riposi in pace), novelitas de relajo (come i cubani chiamano i romanzetti pornografici), tutto ciò, come dicono i Rolling Stones e Willie Colón, è giornale di ieri. Sono scritti che sfidano e indignano gli intellettuali, perché sono la negazione della trascendenza della parola, che è l’essenza della scrittura, di cui gli intellettuali sono depositari, custodi e curatori, nonostante questa parola frivola sia immagazzinata e fissata nelle emeroteche per sempre. Questo è in ogni caso il nostro proposito, to the last syllable of recordèd time, ‘fino all’ultima sillaba del tempo registrato’, come diceva Macbeth. O tant que la langue vivra, ‘finché vivrà la lingua’, come diceva Flaubert.


Tradotto da Eva Cardetti eva-cardetti@libero.it

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