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La comunione degli angeli In italiano:
Nei tempi primigeni, quando noi umani eravamo assai pochi, i villaggi non erano ancora globali e ci affollavamo in tribù di alcune centinaia dindividui, linformazione fluiva senza mediazioni. Gli eventi succedevano davanti a tutti e il pettegolezzo suppliva alle assenze dovute alle circostanze. Non cera gente informata e disinformata, colta e incolta, ma piuttosto accorti e distratti. Il grado di deformazione dipendeva dalla capacità di persuasione del parlatore, dal comprendonio delluditore e dai miti che organizzavano le menti. Il linguaggio era, è, magico. La parola interviene sulla realtà, non soltanto la rappresenta, la riflette e la rifrange. Ed esiste il sospetto sempre più fondato che informare sia una funzione secondaria del linguaggio. Di questo e altro discorre Ángel Rosenblat in Sentido mágico de la palabra. La comunicazione si emancipò dal tempo e dallo spazio con lalfabeto. Prima ci si doveva trovare nello stesso posto e nello stesso momento con la persona con cui si parlava. Lalfabeto è lunica macchina del tempo che è stata inventata per davvero, perché permette di leggere il passato e di scrivere per il futuro, così come permette di leggere persone che vivono a continenti di distanza. Rende possibile laccumulazione di saperi e la organizzazione di società multitribali, complesse, faraoniche, perse, babilonesi, sumere, ateniesi, mosaiche, cinesi, mussulmane. Dio imparò a scrivere e la prima cosa che redasse furono i Comandamenti che consegnò a Mosè su per il colle. Mosè fu un mediatore fra Dio e gli uomini, per iscritto, non oralmente come gli sciamani, i guaritori, gli stregoni. Ciò deve avergli conferito un aspetto più serio e solenne di una nuda salmodia. Lì vicino Allàh dettò il Corano a Maometto, suo profeta. Il grado di deformazione prese una nuova rotta: ora la scrittura figurava come garante del senso, quello che è stato scritto perdura e tutti lo devono intendere allo stesso modo. Era una menzogna, ovviamente: presto si scoprì che la carta sopporta qualsiasi cosa. Fu necessario istituire una professione per dirimere i dubbi: lesegeta, che si faceva pagare per chiarire quello che altri scrivevano, specialmente gli dei-scrittori che si servivano dellalfabeto per affermare le loro verità. O le loro menzogne, se erano dei di unaltra religione. Ciò che guadagnava di meno era denaro, ciò che guadagnava di più era potere. In mondi siffatti linformazione fluiva dallalto verso il basso e dal basso verso lalto, vale a dire, verticalmente. La notizia minore, quella del quartiere, di strada, parrocchiale, orizzontale, era orale. Ammazzalo, Fulanita si è messa con Perencejito. Ma linformazione in grande scala: Alessandro ha invaso lIndia, Cesare e Marco Antonio sono innamorati della stessa egiziana, viaggiava di re in re e di corte in corte. Ci si doveva trovare ben in alto sulla piramide per avere notizie e da lì, secondo la tua gerarchia, venivi a conoscere le informazioni che scendevano poco a poco, di taverna in taverna, di marciapiede in marciapiede, entrando negli androni ed esplodendo nei placidi cortili. I grandi comunicavano con lettere e cronache. I piccoli ricevevano le notizie come briciole di pane che cadevano dalla tavola del banchetto dei grandi. Per essere informati bisognava essere benvoluti dal re e dalla sua corte, perché sapere quello che succedeva era strategico. Il potere si concentrava, fra le altre ragioni, perché non cera un modo possibile di ripartire linformazione. Questa non fluiva solo per mezzo del linguaggio. Cerano altri mezzi. Così come Internet ha i suoi: posta elettronica, Web, Usenet, ecc., cerano anche templi, palazzi ed effigi che declamavano il potere secondo la loro grandezza e della loro arte. Le rappresentazioni dei grandi (re, signori, dei) dicevano chi era lautorità. Tutti sapevano chi era il re perché cera una sua statua in piazza; per questo i logici di Port Royal sostenevano che il ritratto di Cesare è Cesare. Si era re, principe o imperatore, fra le altre ragioni, perché cerano loro ritratti in luoghi pubblici. Lo stesso re sapeva che il re era lui e non un altro perché la sua immagine abbondava in sculture, pitture, monete e altri mezzi di comunicazione. Così racconta Louis Marin in le Portrait du roi, Parigi: Minuit, 1989. Questo mezzo dinformazione costò la vita a Luigi XVI, che durante la sua fuga a Varennes fu scoperto da un locandiere che lo riconobbe confrontando il suo viso con quello che era coniato sulla moneta con cui il monarca pagò lalloggio. In tempi di rivoluzione quelle monete erano un ricercato vivo o morto. La folla lo restituì a Parigi, dove poco dopo venne diviso in due. Bisognava stare molto attenti. Gli angeli comunicavano a viva voce con gli umani di altri tempi. La parola angelo deriva dalla voce greca che significa messaggero. Adesso non comunichiamo più on-line con gli angeli, anzi rinchiudiamo nei manicomi chi dice di conversare con loro. La loro specialità era informare, perché erano comunicatori della volontà celeste. Fu così che uno di loro annunciò a Maria che avrebbe avuto un figlio da Dio, modestamente. Come tutti gli specialisti, fra loro usano un linguaggio tecnico, sempre perfetto e non quello imperfetto che capiamo noi umani. Gli angeli non possono mentire né essere reticenti tra loro, che è la modalità più perversa della bugia. Quando noi umani parliamo di una cosa ne tacciamo unaltra. E inevitabile, il linguaggio è lineare, non presenta tutto in un solo batch, o pacchetto, come la pittura, che mostra tutto in una volta. Per questo parliamo di discorso, perché scorre. Il linguaggio umano è questione di tempo, per questo parla e tace simultaneamente, como un striptease. Un angelo, invece, sa qualcosa e istantaneamente tutti sanno tutto, non cè inizio né fine. Ogni angelo comunica tutto quello che sa in un solo atto, senza discorso, senza decorso, senza narrazione, senza tempo, nonostante abbia a disposizione leternità. Sarà che forse leternità non è avere tutto il tempo ma piuttosto sopprimerlo (si veda Inconvenientes de la inmortalidad). Langelo non trattiene le informazioni, è piuttosto un prisma, una finestra aperta sul sapere per tutti gli altri angeli. E il grado massimo di informazione. Lo sapevano i teologi medioevali. Abbiamo dimenticato queste cose ma conviene ricordarle per capire qualcosa del presente, come vedremo più avanti. Questo dice Pierre Lévy in lIntelligence collective, Parigi: La Découverte, 1997. Anche gli indovini hanno scorciatoie per linformazione. Guardano una sfera di cristallo, un fondo di caffè, il fumo di un sigaro, un bianco duovo in un bicchiere dacqua, il palmo di una mano, la posizione degli astri e vengono a conoscenza di cose invisibili agli altri mortali. Chi ti vuole bene, chi ti vuole male, se devi fare quel viaggio e se guarirai. E molto facile: basta crederci. Da quando esiste lalfabeto il mezzo di informazione preferito è il testo scritto. Però al principio non bastava sapere decifrare i segni quieti, bisognava essere collegati con i detentori del sapere: bibliotecari, governo, monaci. Sapevano leggere gli specialisti, che erano meno di quelli che oggi sanno leggere partiture, per esempio. Funzionari, burocrati, preti, ciarlatani, letterati, sfaccendati che volevano essere colti e avevano i soldi per comprare quei carissimi codici, rotoli, incunaboli. Fu la stampa che rese pensabile il proposito, ancora irrealizzato, di rendere universale lalfabetizzazione. Sapevano leggere i literati, parola che gli italiani presero dal latino litera, che significa lettera. Apparve la stampa e allimprovviso diventò più a buon mercato leggere e diventare matti leggendo come Alonso Quijano, che si credette Don Quisciotte. Diventò anche a buon mercato produrre un agile foglio di informazioni. Il giornale. E nacque unaltra professione: il giornalista, colui che presenzia agli avvenimenti e te li racconta per iscritto. Esperto in novità, esegeta dei fatti, sa meglio di noi stessi quello che deve dirci. Dipendiamo da lui per sapere come va la borsa, che guerre ci sono, cosa ha detto il candidato, le chiavi della vita e del destino. Niente di meno. Per questo dobbiamo confidare in lui, a volte in modo irresponsabile, senza sapere che piega gli conviene dare alla notizia. Quella della stampa è uninformazione mediata e sempre mediatizzata.
Tradotto da Eva Cardetti eva-cardetti@libero.it |
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