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La comunione degli angeli

Roberto Hernández Montoya

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In italiano:
Habeas spiritum
Internet: provincia latino-americana
I segni quieti

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Roberto con la figlia Hannah nei giardini del
Centro d’Arte La Estancia
, Caracas, Venezuela.
Jesús Alberto Mujica, mio prozio, ricevette la comunione degli angeli. Il prete che lo assisteva nei suoi ultimi istanti rivelò che era stato casto ai suoi vent’anni e quando lo vide inginocchiarsi per l’ultima volta ai piedi del letto e pregare con fervore, il sacerdote disse che stava ricevendo la comunione degli angeli. Stava morendo di quello che allora chiamavano “consunzione”. Stabilì che lo seppellissero in una bara bianca.

Nei tempi primigeni, quando noi umani eravamo assai pochi, i villaggi non erano ancora globali e ci affollavamo in tribù di alcune centinaia d’individui, l’informazione fluiva senza mediazioni. Gli eventi succedevano davanti a tutti e il pettegolezzo suppliva alle assenze dovute alle circostanze. Non c’era gente informata e disinformata, colta e incolta, ma piuttosto accorti e distratti. Il grado di deformazione dipendeva dalla capacità di persuasione del parlatore, dal comprendonio dell’uditore e dai miti che organizzavano le menti. Il linguaggio era, è, magico. La parola interviene sulla realtà, non soltanto la rappresenta, la riflette e la rifrange. Ed esiste il sospetto sempre più fondato che informare sia una funzione secondaria del linguaggio. Di questo e altro discorre Ángel Rosenblat in Sentido mágico de la palabra.

La comunicazione si emancipò dal tempo e dallo spazio con l’alfabeto. Prima ci si doveva trovare nello stesso posto e nello stesso momento con la persona con cui si parlava. L’alfabeto è l’unica macchina del tempo che è stata inventata per davvero, perché permette di leggere il passato e di scrivere per il futuro, così come permette di leggere persone che vivono a continenti di distanza. Rende possibile l’accumulazione di saperi e la organizzazione di società multitribali, complesse, faraoniche, perse, babilonesi, sumere, ateniesi, mosaiche, cinesi, mussulmane. Dio imparò a scrivere e la prima cosa che redasse furono i Comandamenti che consegnò a Mosè su per il colle. Mosè fu un mediatore fra Dio e gli uomini, per iscritto, non oralmente come gli sciamani, i guaritori, gli stregoni. Ciò deve avergli conferito un aspetto più serio e solenne di una nuda salmodia. Lì vicino Allàh dettò il Corano a Maometto, suo profeta. Il grado di deformazione prese una nuova rotta: ora la scrittura figurava come garante del senso, quello che è stato scritto perdura e tutti lo devono intendere allo stesso modo.

Era una menzogna, ovviamente: presto si scoprì che “la carta sopporta qualsiasi cosa”. Fu necessario istituire una professione per dirimere i dubbi: l’esegeta, che si faceva pagare per chiarire quello che altri scrivevano, specialmente gli dei-scrittori che si servivano dell’alfabeto per affermare le loro verità. O le loro menzogne, se erano dei di un’altra religione. Ciò che guadagnava di meno era denaro, ciò che guadagnava di più era potere.

In mondi siffatti l’informazione fluiva dall’alto verso il basso e dal basso verso l’alto, vale a dire, verticalmente. La notizia minore, quella del quartiere, di strada, parrocchiale, orizzontale, era orale. Ammazzalo, Fulanita si è messa con Perencejito. Ma l’informazione in grande scala: Alessandro ha invaso l’India, Cesare e Marco Antonio sono innamorati della stessa egiziana, viaggiava di re in re e di corte in corte. Ci si doveva trovare ben in alto sulla piramide per avere notizie e da lì, secondo la tua gerarchia, venivi a conoscere le informazioni che scendevano poco a poco, di taverna in taverna, di marciapiede in marciapiede, entrando negli androni ed esplodendo nei placidi cortili. I grandi comunicavano con lettere e cronache. I piccoli ricevevano le notizie come briciole di pane che cadevano dalla tavola del banchetto dei grandi. Per essere informati bisognava essere benvoluti dal re e dalla sua corte, perché sapere quello che succedeva era strategico. Il potere si concentrava, fra le altre ragioni, perché non c’era un modo possibile di ripartire l’informazione.

Questa non fluiva solo per mezzo del linguaggio. C’erano altri mezzi. Così come Internet ha i suoi: posta elettronica, Web, Usenet, ecc., c’erano anche templi, palazzi ed effigi che declamavano il potere secondo la loro grandezza e della loro arte. Le rappresentazioni dei grandi (re, signori, dei) dicevano chi era l’autorità. Tutti sapevano chi era il re perché c’era una sua statua in piazza; per questo i logici di Port Royal sostenevano che “il ritratto di Cesare è Cesare”. Si era re, principe o imperatore, fra le altre ragioni, perché c’erano loro ritratti in luoghi pubblici. Lo stesso re sapeva che il re era lui e non un altro perché la sua immagine abbondava in sculture, pitture, monete e altri mezzi di comunicazione. Così racconta Louis Marin in le Portrait du roi, Parigi: Minuit, 1989. Questo mezzo d’informazione costò la vita a Luigi XVI, che durante la sua fuga a Varennes fu scoperto da un locandiere che lo riconobbe confrontando il suo viso con quello che era coniato sulla moneta con cui il monarca pagò l’alloggio. In tempi di rivoluzione quelle monete erano un “ricercato vivo o morto”. La folla lo restituì a Parigi, dove poco dopo venne diviso in due. Bisognava stare molto attenti.

Gli angeli comunicavano a viva voce con gli umani di altri tempi. La parola angelo deriva dalla voce greca che significa “messaggero”. Adesso non comunichiamo più on-line con gli angeli, anzi rinchiudiamo nei manicomi chi dice di conversare con loro. La loro specialità era informare, perché erano comunicatori della volontà celeste. Fu così che uno di loro annunciò a Maria che avrebbe avuto un figlio da Dio, modestamente. Come tutti gli specialisti, fra loro usano un linguaggio tecnico, sempre perfetto e non quello imperfetto che capiamo noi umani. Gli angeli non possono mentire né essere reticenti tra loro, che è la modalità più perversa della bugia. Quando noi umani parliamo di una cosa ne tacciamo un’altra. E’ inevitabile, il linguaggio è lineare, non presenta tutto in un solo batch, o pacchetto, come la pittura, che mostra tutto in una volta. Per questo parliamo di discorso, perché scorre. Il linguaggio umano è questione di tempo, per questo parla e tace simultaneamente, como un striptease. Un angelo, invece, sa qualcosa e istantaneamente tutti sanno tutto, non c’è inizio né fine. Ogni angelo comunica tutto quello che sa in un solo atto, senza discorso, senza decorso, senza narrazione, senza tempo, nonostante abbia a disposizione l’eternità. Sarà che forse l’eternità non è avere tutto il tempo ma piuttosto sopprimerlo (si veda Inconvenientes de la inmortalidad). L’angelo non trattiene le informazioni, è piuttosto un prisma, una finestra aperta sul sapere per tutti gli altri angeli. E’ il grado massimo di informazione. Lo sapevano i teologi medioevali. Abbiamo dimenticato queste cose ma conviene ricordarle per capire qualcosa del presente, come vedremo più avanti. Questo dice Pierre Lévy in l’Intelligence collective, Parigi: La Découverte, 1997.

Anche gli indovini hanno scorciatoie per l’informazione. Guardano una sfera di cristallo, un fondo di caffè, il fumo di un sigaro, un bianco d’uovo in un bicchiere d’acqua, il palmo di una mano, la posizione degli astri e vengono a conoscenza di cose invisibili agli altri mortali. Chi ti vuole bene, chi ti vuole male, se devi fare quel viaggio e se guarirai. E’ molto facile: basta crederci.

Da quando esiste l’alfabeto il mezzo di informazione preferito è il testo scritto. Però al principio non bastava sapere decifrare i segni quieti, bisognava essere collegati con i detentori del sapere: bibliotecari, governo, monaci. Sapevano leggere gli specialisti, che erano meno di quelli che oggi sanno leggere partiture, per esempio. Funzionari, burocrati, preti, ciarlatani, letterati, sfaccendati che volevano essere colti e avevano i soldi per comprare quei carissimi codici, rotoli, incunaboli. Fu la stampa che rese pensabile il proposito, ancora irrealizzato, di rendere universale l’alfabetizzazione. Sapevano leggere i literati, parola che gli italiani presero dal latino litera, che significa ‘lettera’.

Apparve la stampa e all’improvviso diventò più a buon mercato leggere e diventare matti leggendo come Alonso Quijano, che si credette Don Quisciotte. Diventò anche a buon mercato produrre un agile foglio di informazioni. Il giornale. E nacque un’altra professione: il giornalista, colui che presenzia agli avvenimenti e te li racconta per iscritto. Esperto in novità, esegeta dei fatti, sa meglio di noi stessi quello che deve dirci. Dipendiamo da lui per sapere come va la borsa, che guerre ci sono, cosa ha detto il candidato, le chiavi della vita e del destino. Niente di meno. Per questo dobbiamo confidare in lui, a volte in modo irresponsabile, senza sapere che piega gli conviene dare alla notizia. Quella della stampa è un’informazione mediata e sempre mediatizzata.


Tradotto da Eva Cardetti eva-cardetti@libero.it

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